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Innanzitutto ti ringrazio per aver deciso di visitare il mio sito. Per cominciare a conoscerci voglio esprimerti quello che è il mio pensiero sul futuro del mondo. Ciò che oggi più mi rasserena è l’entusiasmo dei moltissimi “giovani” che ho il piacere di incontrare. Si tratta di quei giovani che sono sotto la lente d’ingrandimento della mia generazione. Schiere di ultra settantenni oggi pretendono di spiegare ai ragazzi come progettare un futuro che a loro non appartiene. L’avvento di nuovi esseri umani, comporta la necessità di una nuova selezione, di una revisione nel campo del presente, ci insegna a dimenticare ciò di cui non abbiamo più bisogno, e desiderare ciò che non è stato ancora ottenuto. Per poter aiutare i giovani ad ottenere “ciò che non è stato ottenuto “noi, vecchie generazioni, dovremmo guarire dalla sindrome di Medea e allontanare l’istinto di distruggere il futuro. Ogni esplorazione del mondo nasce da una base sicura, infatti, il giovane si avventura tanto più lontano quanto più sa di avere un porto sicuro a cui tornare. La fiducia di noi adulti è esattamente questo, non una gabbia dorata, ma un porto che non trattiene ma rassicura. Ciò che distingue chi cresce da chi purtroppo si blocca, quasi sempre non è il talento, ma la mentalità. Chi crede che le capacità si possano sviluppare trasforma ogni caduta in allenamento; per contro chi si sente giudicato smette di provare perché ha il timore di deludere. Un ambiente che accoglie lo sbaglio non abbassa il livello, bensì lo innalza permettendo al giovane di esprimere le sue doti migliori. A differenza di ciò che alcuni miei coetanei credono, i giovani non cercano una vita comoda, bensì una vita che valga la pena di essere vissuta. Dargli: ascolto, spazio e fiducia, non è tenerezza, bensì lungimiranza, perché un Paese che custodisce le abilità dei suoi giovani, custodisce il proprio futuro. Famiglia, scuola, imprese, comunità, ogni situazione può contribuire ad alimentare l’autostima. Bisognerebbe chiedere ai giovani “chi sono” prima di “che cosa sanno fare”. Dovremmo aprire le porte invece di alzare le asticelle e soprattutto restargli accanto quando cadono, senza mai giudicare. In fondo la domanda che ogni mio coetaneo dovrebbe porsi è la seguente: "se un ragazzo mi osservasse attentamente...vorrebbe essere come me?"
Angelo Grasso
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